Farmaci, la crisi invisibile: come la guerra in Medio Oriente rischia di diventare un’emergenza globale

Farmaci, la crisi invisibile: come la guerra in Medio Oriente rischia di diventare un’emergenza globale

Mentre l’attenzione pubblica resta concentrata sull’impennata dei prezzi dell’energia, un’altra crisi – più silenziosa ma potenzialmente più grave – sta prendendo forma lungo la filiera farmaceutica globale. Il conflitto in Medio Oriente, con epicentro nello Stretto di Hormuz, potrebbe trasformarsi in una minaccia diretta alla disponibilità di medicinali essenziali, dai più comuni antidolorifici fino alle terapie oncologiche.

 

Il collo di bottiglia invisibile

 

Lo Stretto di Hormuz non è solo una rotta energetica: è un passaggio critico anche per le materie prime su cui si fonda l’industria farmaceutica moderna. Attraverso questo corridoio marittimo transita una quota decisiva di derivati petrolchimici – base chimica indispensabile per sintetizzare principi attivi, solventi e materiali di confezionamento.

 

Il legame è meno intuitivo di quanto sembri. Una compressa di paracetamolo, ad esempio, nasce da una catena di trasformazioni che parte dal petrolio. Lo stesso vale per farmaci diffusissimi come la metformina o per antibiotici come amoxicillina e ciprofloxacina, che richiedono solventi e reagenti derivati da idrocarburi. Anche i farmaci più avanzati, inclusi molti oncologici, dipendono da energia stabile e da materiali plastici derivati dalla nafta.

 

Non si tratta di una scelta industriale discutibile, ma della struttura stessa della chimica farmaceutica contemporanea. Il problema è che questa struttura converge, in più punti, verso una stessa area geopolitica oggi instabile.

 

Il nodo globale: India e Cina

 

Il sistema diventa ancora più fragile osservando i suoi snodi produttivi. L’India, che produce circa un quinto dei farmaci generici mondiali e rifornisce larga parte del pianeta, dipende a sua volta da materie prime e intermedi provenienti dalla Cina. E Cina e India condividono una vulnerabilità comune: l’approvvigionamento di precursori petrolchimici legati al Golfo Persico.

 

Metanolo e glicole etilenico, fondamentali per la sintesi dei principi attivi, passano – direttamente o indirettamente – proprio per Hormuz. Se questo flusso si interrompe, la produzione non rallenta soltanto: rischia di fermarsi. A complicare il quadro, decisioni interne come quelle del governo indiano, che ha recentemente privilegiato l’uso domestico del GPL rispetto alle esigenze industriali, contribuendo a un aumento significativo dei costi dei principi attivi.

 

Il fattore tempo

 

Al momento, la situazione è sotto controllo. Le scorte esistono e, in media, coprono un periodo di due o tre mesi. Ma questo margine è stato pensato per interruzioni limitate, non per una crisi prolungata in uno dei punti più strategici del commercio globale. Se il conflitto dovesse estendersi nel tempo, la dinamica cambierebbe radicalmente: da tensione logistica a crisi strutturale.

 

Seguire la traiettoria di una singola pillola aiuta a capire la portata del problema. Una compressa di metformina può dipendere da quattro elementi critici: un derivato del gas naturale, un solvente petrolchimico, un imballaggio plastico e un sistema energetico stabile per la produzione e la conservazione. Se uno solo di questi anelli si spezza, l’intero processo si blocca.

 

Da carenze croniche a emergenza sistemica

 

La carenza di farmaci non è una novità. Già prima del conflitto, molti Paesi registravano centinaia – talvolta migliaia – di medicinali difficili da reperire. Ma questa crisi rischia di amplificare il fenomeno su scala globale, colpendo in modo diseguale i sistemi sanitari. I Paesi con minore capacità di approvvigionamento alternativo saranno i primi a subire le conseguenze. Ma nessuno è davvero al riparo.

 

Per la Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, il problema affonda le radici in una fragilità strutturale già evidente da anni: la pandemia e la guerra in Ucraina avevano già mostrato quanto Europa e Italia dipendano dall’estero per i principi attivi. Il paradosso è evidente: l’Europa è tra i principali produttori di farmaci finiti, ma non controlla le materie prime necessarie per produrli. Uno squilibrio che rende il fattore tempo decisivo: ogni settimana di conflitto riduce il margine di sicurezza e avvicina il punto in cui le scorte potrebbero non bastare più.

 

Il rischio maggiore non è tanto l’interruzione temporanea, quanto la durata del conflitto. Se la crisi energetica si consolida, anche l’impatto sulla filiera farmaceutica diventa permanente. In uno scenario di ulteriore escalation, con danni alle infrastrutture dello Stretto di Hormuz, la situazione potrebbe diventare irreversibile nel breve periodo. Non si tratterebbe più di gestire una crisi, ma di adattarsi a una nuova normalità caratterizzata da scarsità e instabilità.

 

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